Articolo e Intervista a cura di Bendetta Pisani (link)
🎁 Streaming: https://ditto.fm/cantautorap
🎥 YouTube (Album Completo)
✨ Acquista su BandCamp: https://jakumusic.bandcamp.com/album/cantautorap
INTERVISTA
[B] - Cantautorap è il nome del tuo nuovo progetto musicale, che fonde l’hip-hop e il cantautorato italiano con una naturalezza disarmante, riflettendo l’intreccio di esperienze umane che hanno portato la tua esperienza musicale a fondersi con quelle delle artiste e degli artisti con cui hai collaborato.
D’altra parte, la musica ha il potere straordinario di unire persone diverse e permettere loro di condividere momenti di felicità e anche di difficoltà.
In che modo si è sviluppato il processo creativo dell’album, alla luce delle diversità stilistiche che caratterizzano ciascun componente della band?
[J] - Per me è strano raccontare il processo creativo che c’è dietro l’idea, perché l'immagine complessiva del disco l’ho visualizzata mentalmente un sacco di tempo fa. Quando, nel 2015, ho iniziato a suonare la chitarra mi è venuta in mente l’immagine di copertina di un ipotetico disco, chitarra e voce. In quel momento non avrei saputo come realizzare quell’idea, ma non l’ho mai persa…
Due anni fa, ho scritto il primo pezzo: MC. Quella è stata la prima canzone in cui, a livello tecnico, sono riuscito a rappare e a fare da solo un giro di chitarra. Tutto è esploso quando Stefano è venuto a trovarmi, dopo tre anni che non ci vedevamo. Fatalità della vita, il giorno prima avevo invitato da me alcuni musicisti per fare un video: dalle 10 del mattino alle 13… in due ore abbiamo registrato tutto.
Ho fatto vedere il video a Stefano, spiegandogli un po’ la mia idea. Lui mi guarda e fa: “A te servirebbe un produttore esecutivo, uno che scelga i musicisti, trovi lo studio, si occupi della sponsorizzazione… Lo faccio io”.
Nei giorni a seguire, ero euforico. Ci sentivamo di continuo e mi accorgevo che i ricordi, le sensazioni e le fantasie erano le stesse che avevo provato sette anni prima, quando io e Ste abbiamo registrato il primo disco insieme. Mi sono tornate alla mente le idee che avevo messo in pausa, in attesa di questo disco… L’unica traccia nuova è “Lo squalo”, tutte le altre aspettavano solo di essere scritte.
Quando Stefano mi ha dato il via, ho solo messo insieme i pezzi del puzzle. Poi, per aver fatto tutto da remoto, siamo stati velocissimi. Scrivere dieci brani, con un concetto, con degli arrangiamenti, con una band di dodici elementi… Anche per dei professionisti, è un lavoro che richiede dei tempi lunghi. Io avevo già tutto davanti agli occhi, come fosse qualcosa da scoprire più che da creare.
➡️ JAKU FELIZ REYES
➡️ RIBASH
[B] - Com’è stata l’esperienza in studio? Un momento particolarmente felice e intenso che avete vissuto durante le registrazioni?
[J] - I legami che si sono creati - anche con le persone esterne alla band, come Luca Tacconi e la crew video - erano davvero palpabili. Dopo pochi giorni, siamo diventati davvero una famiglia. Tutti erano felici di essere lì e di far parte del progetto. In qualche modo, la diversità che abbiamo dipinto in quei giorni riflette un po’ il mio paesaggio interno. Mi sento a mio agio con la diversità, mi incuriosisce e non mi fa mai paura.
Mi viene in mente un momento fuori studio, quando è arrivata tutta la band la sera in hotel. Persone che non si conoscevano, di età diverse e provenienze diverse… ma insieme, sembravamo una classe di terza media in gita.
Eravamo io e Lorenzo in una stanza, Luciano e Isidoro in un’altra, e Beauvoir e Natalia in un’altra ancora. La prima sera, Lorenzo mi fa: “Andiamo in camera dalle ragazze?”. Io, provo a scoraggiarlo dicendogli che il giorno dopo c’era molto lavoro da fare. Ma poi ci rendiamo conto di non avere il dentifricio. Chiamo Luciano per chiedergli se potesse prestarmi il suo e lui mi dice: “Si, ma è un casino ora… Non siamo in camera, stiamo andando dalle ragazze!”.
Nessuno di noi sapeva dove fosse la stanza delle ragazze, quindi abbiamo iniziato a vagare per i corridoi del secondo piano in attesa di sentire le loro voci!
[B] - Ascoltando i brani di “Cantautorap” si percepisce chiaramente una distanza tra Jaku e gli altri rapper italiani. Siete diversi, sotto molti aspetti. A registratore spento, mi hai detto che il tuo obiettivo più alto è intercettare la frequenza di chi apprezza l’arte ma è anche insoddisfatto dell’arte che c’è oggi.
Quali sono, secondo te, le aspettative e la percezione che il pubblico ha dell’hip-hop? Ti senti rappresentato o ispirato dallo scenario musicale attuale?
[J] - Mi sento, in qualche modo, slegato dal rap italiano, che però ascolto e mi piace molto. Nel mio disco manca sicuramente la prospettiva negativa e l'ego riferimento, che non mi appartengono anche a livello personale. L’idea di “Io contro il mondo” è assente nelle mie canzoni.
Quindici anni fa, avrei risposto alla tua domanda dicendoti cosa ne penso della scena hip-hop, intesa come movimento culturale. Il rap di fine anni ‘90-inizio 2000, infatti, era in connessione con una comunità: nel bene o nel male, era criticabile ma aveva un’intenzione. Oggi, però, la scena hip-hop non esiste più; il rap è un linguaggio che tutti usano.
Anche Celentano ha rappato in un pezzo con Mina… E cosa c’entra Celentano con l’hip-hop? Assolutamente niente.
Mi piacciono molti artisti, anche lontani da me musicalmente, come Sfera, Ghali, Marracash, Gué Pequeno. Quelli che sento più vicini, però, sono Caparezza, Jovanotti, Murubutu, per certi versi anche Willie Peyote… Ma chi sento più simile a me nelle intenzioni è sicuramente Neffa, nei suoi primi dischi. “La tele resta spenta e non la guardo più. Ho un nodo in gola che è difficile mandare giù”. Un rap italiano, melodico, stiloso, molto black - ma senza la pretesa di copiare i rapper americani.
Ho sempre pensato che se hai capacità artistiche - di qualunque tipologia - devi anche metterle a servizio degli altri per migliorare il mondo. È un po’ la stessa filosofia che è alla base del viet vo dao (arti marziali vietnamite): “Essere forte per essere utile”.
Ti dico questo per parlarti del primo artista a cui mi sono davvero affezionato e che mi ha aiutato quando sentivo di aver bisogno di una guida: Bob Marley. Lui mi ha formato, come fosse un maestro da cui sono andato a prendere lezioni di musica. Lo ascolto da quando ero bambino e il suo sistema di valori mi è entrato dentro. Credo sia questo il punto di distacco tra me e molti rapper di oggi.
Un altro aspetto è la libertà che c’è nella mia musica: io non ho mai avuto paura di mettere insieme cose diverse. Ci sono tante sfumature diverse e la libertà sta nel poter scegliere ogni giorno in quale di queste ci si sente meglio. Non esiste solo il bianco e il nero.
Nella musica, come in tutte le altre sfere della vita. Io sono un rapper, ma studio la chitarra classica, suono il piano, e nel mio disco c’è un merengue, un reggae e anche una poesia. Questa è la libertà. Non ho paura di svegliarmi una mattina e decidere che nel mio prossimo disco voglio suonare il tamburello e cantare in napoletano.
Molti artisti, invece, sono intrappolati nel personaggio. Quello si chiama marketing: rimanere intrappolati nel prodotto che vendi. Io mi godo le novità… se tutto fosse sempre uguale, preferirei lasciar perdere. C’è una libertà nella mia musica che la allontana un po’ dai canoni della scena rap.
[B] - In qualche modo, la tua musica travalica i confini stilistici e culturali, dando vita a un'armonia strumentale e umana in grado di generare uno stato di benessere e di connessione profonda. Quando ti ascolto, immagino sorrisi. Felici, consapevoli, e anche un po’ malinconici.
Tu che immagine metaforica associ alla tua musica?
[J] - Adesso sto vedendo colori, che schizzano da tutte le parti. Questo disco è un arcobaleno, perché ogni pezzo è diverso; ma è anche un po’ una piazza dove la gente si incontra e fa festa.
C’è anche molto mare in questo disco, c’è sole. Fantasticando un po’, ci vedo anche una persona di vent’anni. Non è più un adolescente e ha deciso cosa vuole, ma è ancora molto frizzante, fresco… Vedo me a Istanbul. Quella città è un po’ così: frenetica, moderna e anche molto antica, colorata.
[B] - In “Avere vent’anni”, storie di vita si proiettano in un contesto storico più grande, immenso e dispersivo, in cui i sogni di tre ragazzi di vent’anni si scontrano con il dolore insensato causato dalla guerra. Tra i protagonisti di questo racconto musicato, ci sei anche tu. In qualche modo la narrazione di una sofferenza generalizzata e diffusa diventa metafora di un dolore più intimo e personale.
Che impatto ha sofferenza sul tuo processo artistico?
[J] - Sono molto legato alla visione che le canzoni abbiano origine dalla sofferenza, anche quando sono allegre. Mi sento lontano dalla musica “eurocolta”, quella composta dopo anni e anni di studio; sono molto più vicino a una persona che in una situazione di disagio, canta.
Io sono quella persona. Sono felice perché soffro tanto. In me una grande gioia e un grande dolore convivono sempre: non dimentico mai quanto si sta male in questo mondo e, proprio per questo, rispondo con l’allegria. Se si sta in superficie, gioia e dolore sono due cose molto distinte. Se si va in profondità, tutto sembra far parte di una stessa pulsione vitale.
Quando sono molto concentrato, la gente pensa che io sia triste. In realtà, io sto benissimo in quei momenti: sento una grande calma, un po’ come un vulcano attivo. Quella lava ha dentro gioia e felicità, sofferenza e morte. Io tengo la vita e la morte molto vicine a me.
Credo che la sofferenza sia il nucleo della mia musica. Ma le mie canzoni non trasmettono tristezza, perché io non sono triste. “Avere vent’anni” e “Anna” sono sicuramente più intense e malinconiche, perché volevo che fossero così. Ma ti lasciano sempre un sorriso.
[B] - In “Avere vent’anni” concludi dicendo che la peggior cosa al mondo sono i ricordi.
Lo pensi davvero? Qual è per te la “worst thing in the world”?
[J] - No, non lo penso. Il finale non è un mio pensiero, ma un fatto che è accaduto esattamente così come lo racconto e che mi ha toccato moltissimo. Mi trovavo in un bar con Abdullah, un ragazzo siriano di ventun’anni, che quando viveva in Siria andava all’università, lavorava in una ditta, aveva una fidanzata e degli amici… Poi, da un momento all’altro, i bombardamenti hanno distrutto tutto quello che aveva. Ha visto morire persone a cui voleva bene ed è dovuto fuggire in Turchia, da solo.
Lì ha iniziato a lavorare per 12 ore al giorno in un bazar di spezie per mandare i soldi a chi ancora era in Siria. Ci siamo scambiati i numeri di telefono e, in quell’istante, mi sono reso conto che non aveva mai avuto un amico da quando era a Istanbul. Seduti al tavolo del bar lui mi chiede: “Alessio, sai qual è la cosa peggiore del mondo?”. Io gli rispondo: “... la guerra?”. E lui: “Memories”.
Nella canzone stavo aggiungendo una strofa in più ma Natalia mi ha aiutato a capire che lasciare il finale così era la scelta migliore, più autentica. Registrare senza piangere questo pezzo è stato difficilissimo… Ho raccontato storie vere, di persone reali.
Prima di entrare in sala a registrare, ho detto a Stefano e Luca: “Questo pezzo è il vero motivo per cui ho fatto questo disco”. Perché la musica porta emozioni. E se riesco a emozionare anche solo una persona nel modo in cui mi emoziono io, ho vinto.
[B] - Le tue canzoni dipingono con le parole scene di vita quotidiana, immagini che riesco a vedere davanti agli occhi, chiudendoli d’istinto. Momenti passati o non ancora vissuti. Storie narrate o ascoltate chissà dove. Ogni tuo testo è come una colonna sonora di un film che non è ancora stato girato. Ascoltando “Anna”, ci si sente proiettati in quella stanza di legno, illuminata dolcemente dai raggi di un sole pomeridiano, con il tappeto ovale e la sedia a dondolo. Con un po’ di impegno, si riesce anche a sentire l’odore dei biscotti e il profumo tipico di “casa della nonna”, indescrivibile a parole.
Chi è Anna? Quando hai avvertito il bisogno di scrivere di lei?
[J] - Anna è una signora di circa 96 anni, della collina torinese. Una donna di grande cultura - forse è ebrea - che, nonostante fosse nata e cresciuta negli anni della guerra, è riuscita a portare avanti il suo percorso di studi.
La canzone è nata sul divano di casa mia, mentre mia mamma preparava il pranzo. Nell’attesa, Natalia mi fa sentire un ritornello di una canzone che aveva in mente da un po’, “Anna”, e io inizio a improvvisare - quel pezzo improvvisato è diventato l’inizio della canzone.
Ci siamo divertiti giusto cinque minuti e poi siamo andati a mangiare. A tavola, mia mamma ci ha parlato di Annamaria - una signora a cui fa compagnia ogni tanto - che spesso le raccontava aneddoti sulla sua storia d’amore con il marito, di cui era innamoratissima e che era mancato da qualche anno.
Quelle “foto” di vita quotidiana, quei momenti così reali e vicini, ci hanno emozionato talmente tanto che abbiamo deciso di inserirli nella canzone di Natalia.
In fase di composizione, le immagini che hanno ispirato il mio testo erano di una tristezza infinita: lei che rivede suo marito in tutte le piccole cose. A chi ascolta, forse, questa malinconia non arriva, perché il coro suona come un momento poetico, luminoso, allegro… Eppure viene da una sofferenza. “Anna” mi ha permesso di sperimentare; è l’unico pezzo in cui non rappo e faccio quello che si può definire spoken-word, molto teatrale e anche un po’ jazz.
Non è un caso che la canzone sia nata con Natalia, perché la musica sudamericana, così dolce e allegra, porta dentro di sé un’enorme malinconia.
“Un soffio di vento per me che sposta un granello di sabbia del tempo”. Questa frase non l’ho scritta, l’ho detta. E mi è piaciuta, così ho deciso di tenerla così com’è. Lei è seduta sul divano e un leggero movimento - forse causato da un soffio di vento - le fa tornare alla memoria un ricordo con lui.
Questa è l’immagine che ho davanti agli occhi quando ho cantato questa canzone. La musica disegna immagini. Oltre all’udito, il corpo vive le emozioni e riceve le vibrazioni con tutti i sensi: la vista si annulla per qualche secondo e gli occhi proiettano scene uniche di una dimensione nuova.
🎁 Streaming: https://ditto.fm/cantautorap
🎥 YouTube (Album Completo)
✨ Acquista su BandCamp: https://jakumusic.bandcamp.com/album/cantautorap
#benedettapisani #jakufelizreyes #intervista #cantautorap #album